Tradizioni e implicazioni: la concia al cromo

Da quando il mondo ha iniziato a considerare sostenibilità e protezione ambientale, il cromo è stato sotto i riflettori: le pelli prive di questa sostanza (conosciute anche come FOC) sono state pubblicizzate come migliori, più eleganti e più sostenibili della controparte – ma siamo sicuri che il cromo sia un nemico da eliminare?

In questo articolo affrontiamo il discorso tentando di capire meglio la situazione e la natura delle preoccupazioni legate a questa sostanza.

 

Nella storia della lavorazione del pellame la concia non ha subito grandi trasformazioni. Fino al diciannovesimo secolo le sostanze vegetali erano protagoniste della tecnica più utilizzata: allume e altri sostituti venivano impiegati solo occasionalmente, e la loro popolarità non si avvicinava neppure lontanamente alla diffusione della tecnica prevalente – la concia vegetale, appunto.

Le cose cambiano nel 1858, quando due tecnici europei (il tedesco Friedrich Knapp e lo svedese Hylten Cavalin) inventano la concia al cromo, successivamente brevettata dal chimico americano Augustus Schultz.

L’innovazione prese piede immediatamente: il nuovo processo era significativamente più veloce del precedente, e per questo motivo la concia al cromo diventò rapidamente la modalità di lavorazione prediletta. La contemporanea scoperta dell’ingrassaggio, di concerto con lo sviluppo di tinture sintetiche, ha fatto il resto. Il prodotto della concia al cromo divenne popolarissimo e prese il nome di “wet blue”, letteralmente “blu bagnato”, in riferimento al colore assunto dalle pelli trattate con la nuova sostanza.

 

Prima di addentrarci in ulteriori considerazioni, però, ci preme puntualizzare un’importante differenza: quella tra il triossido di dicromo e il cromo esavalente (chromium III e chromium VI). Mentre il primo è innocuo (e costituisce un importante nutriente necessario al corpo umano per la trasformazione di certi zuccheri, grassi e proteine), il secondo è una sostanza cancerogena che può causare ulcere e avvelenamenti fatali.

Se il cromo esavalente è decisamente dannoso, però, è importante ricordare che questo viene generalmente generato quando la concia avviene in condizioni improprie, o quando la pelle prodotta con questo sistema viene smaltita in modo non corretto o conservata in presenza di temperature troppo alte senza essere regolarmente sottoposta a controllo.

 

Oggi il triossido di dicromo (chromium III) è utilizzato in circa l’85% della produzione di pelle globale (dati del 2014). Quasi tutte le calzature e i capi d’abbigliamento in pelle sono prodotti utilizzando pelle conciata al cromo, mentre i prodotti che ne sono privi (FOC) stanno guadagnando terreno nel settore dei rivestimenti.

Le differenze tra la pelle sottoposta a concia con cromo e quella ottenuta con l’impiego di agenti vegetali sono numerose: la pelle conciata al cromo è più robusta, leggera e morbida, e può essere impermeabilizzata più facilmente.

 

Sfortunatamente, le preoccupazioni legittime circa il cromo esavalente (chromium VI) hanno generato un clima di generale sospetto nei riguardi della pelle conciata al cromo, e i produttori rischiano di pagarne il prezzo. Pubblicizzare i prodotti FOC utilizzando formule come “prodotti senza cromo e agenti inquinanti”, per esempio, è subdolo: una frase del genere mette sullo stesso piano due tipi di cromo molto diversi (III e VI), associando la concia al cromo a pratiche malsane.

Anche i media che descrivono le trasgressioni riguardanti il cromo esavalente possono aver contribuito a questa confusione, dando l’impressione che il cromo (in tutti i suoi aspetti) sia dannoso di per sé.

 

Oggi la concia al cromo continua a dominare il mercato. I metodi alternativi si stanno facendo largo, ma per il momento nessuno di questi sembra capace di sostituirlo completamente.