Lab and best practices
La Gran Bretagna affronta i grandi fashion retailer per la sostenibilità

Lo scorso ottobre il governo britannico ha chiesto che i fashion retailer del Regno Unito rivelino i propri registri in modo da determinare le rispettive politiche in termini di impatto ambientale.

Monitorare il reale impegno delle aziende britanniche nel campo della sostenibilità è compito dell'Environmental Audit Committee, un'autorità appartenente alla Camera dei Comuni. Attraverso questa organizzazione, infatti, il Parlamento può esaminare in che modo le politiche governative possono promuovere lo sviluppo sostenibile.

 

La Presidente del Comitato, Mary Creagh, ha recentemente sottolineato che il modo in cui produciamo ed eliminiamo i nostri capi di vestiario ha un grande impatto sul pianeta – seguendo questo ragionamento, appare piuttosto chiaro perché i retailer nel campo dell'abbigliamento e della calzatura giochino un ruolo rilevante sul piano della sostenibilità.

Per questa ragione il Comitato sta raccogliendo informazioni al fine di determinare se le grandi compagnie britanniche siano coinvolte o meno in politiche sostenibili, ad esempio corrispondendo un salario adeguato ai propri dipendenti, bandendo il lavoro minorile dalle proprie catene di approvvigionamento e utilizzando materiali di riciclo per i propri prodotti.

 

Sotto la lente del Comitato troviamo anche le modalità con le quali le aziende smaltiscono gli scarti e il surplus di produzione, perché il governo nutre grandi aspettative circa l'impegno nel riciclaggio e la riduzione del rischio di inquinamento (come la scelta di rinunciare alle microplastiche o all'incenerimento dei materiali tossici, ad esempio).

 

Per rendere il processo di giudizio più significativo, il Comitato ha scelto di coinvolgere nell'operazione i dieci maggiori retailer attivi nel Regno Unito: tra questi troviamo Marks and Spencer, Primark, Next, Tesco e Arcadia Group. Tutte le compagnie hanno ricevuto l'invito a condividere prove delle proprie politiche di sostenibilità e a presentare le modalità con le quali pensano di ridurre il proprio impatto ambientale, così come il modo in cui valutano i propri risultati.

 

Secondo Mary Creagh, le buone pratiche includono favorire “materiali sostenibili, progettare prodotti fatti per durare e incoraggiare i clienti a consegnare i vestiti che non vogliono più affinché vengano riciclati”. In più, dal momento che la produzione di vestiario comporta l'utilizzo di risorse idriche ed energetiche, le aziende di moda dovrebbero impegnarsi a ridurre l'uso di quelle sostanze chimiche che potrebbero portare all'inquinamento delle acque (per poi finire, sostanzialmente, nel nostro cibo).

I termini entro i quali le aziende potevano inviare i propri registri è scaduto il 12 ottobre, e ora il Comitato potrebbe convocare alcuni dei retailer coinvolti per un ulteriore confronto faccia a faccia con il Parlamento. Le udienze sono avvenute nel mese di novembre, e le risposte verranno rese pubbliche così come eventuali rifiuti a collaborare.

 

Negli ultimi 15 anni la produzione di vestiario è quasi raddoppiata. La popolazione mondiale cresce e richiede quantità di capi d'abbigliamento sempre crescenti, e la cosa non può non avere un impatto sul nostro pianeta. Per citare Mary Creagh: “La produzione di vestiario è un mercato globale, e le migliori risposte al suo impatto ambientale e sociale saranno raggiunte attraverso azioni di collaborazione globale”.

Possiamo sperare che gli sforzi dei leader di settore, quindi, possano trasformarsi in una “rivoluzione verde” di portata mondiale.